A QUALCUNO PIACE ORIGINALE. DUE VERSIONI A CONFRONTO

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LE FRASI CELEBRI DEL CINEMA: VERSIONE ORIGINALE E VERSIONE ITALIANA DOPPIATA A CONFRONTO

Nel 2015 l’American Film Institute (AFI) ha stilato una classifica delle cento migliori frasi e citazioni di film tutti i tempi, tratte da opere cinematografiche statunitensi.
Alcune di queste erano già aforismi, magistralmente interpretati, come la celebre frase di Forrest Gump, “Mamma diceva sempre: la vita è come una scatola di cioccolatini; non sai mai quello che ti capita” oppure “Nessuno è perfetto” pronunciata durante la scena finale di A qualcuno piace caldo (Some like it hot) di Wilder.

Altre invece sono frasi contingenti che acquistano però uno status memorabile grazie all’attore che le pronuncia o alla situazione che si crea nel film, benché siano spesso frasi abbastanza ordinarie.
Molte di queste ultime sono diventate talmente celebri che hanno finito per essere altrettanto paradigmatiche. Chi non ricorda Don Vito Corleone/Marlon Brando che dice “Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare” ne Il Padrino (The Godfather)? O ancora Gollum che sibila “È mio, il mio tesoro” ne Il signore degli anelli (The Lord of the Rings)?

Queste frasi sono internazionalmente riconosciute come indimenticabili; qui da noi però – in Italia la quasi totalità dei film stranieri distribuiti sono doppiati – conosciamo per lo più quelle frasi nel nostro idioma.
Ma come suonano in versione originale alcune fra le più celebri frasi della storia del cinema?

In inglese, la famosa frase pronunciata da Forrest alla fermata dell’autobus suonava così:

Nella versione originale di Some like it hot, nella scena in cui Daphne svela in realtà di essere Jerry, l’attore Jack Lemmon sceglie di rendere la voce della versione femminile molto stridula e quella maschile più grave. Nella versione originale la differenza tra i due registri è invece meno marcata.

E la scena famosissima di Via col vento (Gone with the Wind) in cui Rossella O’ Hara cerca strenuamente di convincere Rhett Butler a non andarsene? Nella versione originale Clark Gable risponde alle preghiere di Scarlett in maniera molto aggressiva (“Frankly, my dear, I don’t give a damn”), mentre in quella italiana si sceglie una versione ammorbidita (“Francamente me ne infischio”).

A proposito di “damn”: in inglese il termine ha una funzione quasi interiettiva; in italiano si traduce variamente con “dannato”, “maledetto” oppure “diavolo di”, che suonano abbastanza inverosimili nella lingua parlata.
Lo stesso discorso vale per “fuck”, che viene tradotto “fottuto” spesso in maniera poco contestualizzata. Ecco che una frase come “Give me my fucking money!” viene tradotta “Dammi i miei fottuti soldi!”, quando nella vita quotidiana ad ognuno di noi verrebbe forse assai più spontaneo dire: “Dammi i miei cazzo di soldi!”

A questo proposito una scena significativa da Taxi Driver: l’originale è pieno zeppo di “fuck” usato come intercalare, mentre nella versione doppiata è stato fatto un notevole repulisti.

Una scena strappalacrime da E.T.: l’addio dell’extraterrestre ad Elliott prima di salire sulla navicella spaziale che lo riporterà a casa. In italiano tutti abbiamo pianto ascoltando le parole “Io sarò sempre qui“. In versione originale non era certo meno commovente.

Vi ricordate quanto inquietante fosse Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti (The Silence of the Lambs) che raccontava delle sue particolari preferenze culinarie?
Se non ve la ricordate, ripassate qui.
In inglese, poi, è forse ancora più ambiguo e angosciante.

Pietre miliari: Shining di Kubrick. Il doppiaggio italiano è magistrale, ma la voce originale di Jack Nicholson è ancora più sibillina ed ambigua.

E le serie televisive? Tony Soprano nel doppiaggio italiano del pilot ha questa voce.
Nella versione originale, la parlata da italo-americano di James Gandolfini suona così. Un credibilissimo avellinese di stanza in New Jersey, in entrambe le versioni (beh, qui il doppiatore giocava in casa).

Tyrion Lannister nella sesta puntata della quarta stagione del Trono di Spade si difende al processo intentatogli per regicidio. Nella versione originale il discorso di Tyrion – disilluso, sofferto e minaccioso allo stesso tempo – viene reso da Peter Dinklage con una perfetta corrispondenza fra espressione facciale, movenze e intonazione vocale. In italiano tutto il discorso viene doppiato con un costante tono epico che fa perdere le molte sfumature dell’originale.

Scena finale della prima stagione di True Detective: Marty e Rust hanno un dialogo molto lungo e intenso sullo scontro fra il bene e il male e Cohle  pronuncia le prime frasi di speranza dell’intera serie. Nella versione italiana il doppiaggio dà la brutta sensazione che i due siano assai imbarazzati dal mostrare le proprie emozioni.
Nella V.O., complice anche l’altissimo livello della recitazione dei due attori, la scena è di un’intensità quasi insostenibile, ed è impossibile non empatizzare con la verosimile sofferenza dei due

Tornando ai classici cinematografici, invece, un felice esempio di doppiaggio assai ben ragionato e in definitiva riuscito (e spassoso quanto l’originale) è Frankenstein Junior di Mel Brooks del 1974.

Il gioco di parole dell’originale – Inga che esclama “Where wolf?” (traducibile con “Dov’è lupo?”, detto alla tedesca), seguito dal “Werewolf” (licantropo) del Dottore, con Igor che replica: “There. There wolf, there castle” (all’incirca “Lì. Lupo essere lì, castello essere là”)  – viene resa nella versione doppiata con un meccanismo lessicale abbastanza simile ed ugualmente spassoso:

Inga: “Lupo ulula”
Dr. Frankenstein: “Lupo “ululà”?”
Igor: “Là.”
Dr. Frankenstein: “Cosa?”
Igor: “Lupo ululà e castello ululì.”

L’attento lavoro di traduzione e adattamento – opera del dialoghista Mario Maldesi – è stato in questo particolare caso esemplare.

Infine, un caso particolare. Una delle peculiarità più spassose di Stanlio & Ollio è la loro pronuncia storpiata (ad esempio il celebre “stupìdo”), che nacque in maniera casuale non per ragioni di doppiaggio italiano bensì da una trovata commerciale del produttore statunitense.

Quando nel 1929 uscì il primo film con la coppia di comici come protagonisti, per non perdere la possibilità di distribuzione sul mercato estero, la produzione – nonostante il doppiaggio non fosse di uso comune – pensò di far recitare agli attori ogni scena in cinque lingue diverse (oltre all’inglese tedesco, francese, spagnolo e italiano).
Laurel e Hardy non conoscevano quelle lingue e pertanto leggevano le battute da un gobbo. Involontariamente storpiando la pronuncia delle parole straniere, finirono per accentuare ancor di più la comicità della loro parlata.
Gli spettatori stranieri si affezionarono a questo linguaggio buffo, tanto che quando il doppiaggio fece la sua comparsa nell’industria cinematografica (intorno al 1933) la distribuzione impose di mantenere questa peculiarità nelle versioni doppiate nazionalmente.In Italia, Stanlio & Ollio ebbero doppiatori d’eccezione, in particolare la celebre coppia Mauro Zambuto e Alberto Sordi dal 1939 al 1951.

In ultima analisi possiamo dire che ci sono casi in cui il doppiaggio ha reso giustizia al film originale, mentre in altri casi lo ha irrimediabilmente appiattito. Per completezza però non si possono dimenticare esempi virtuosi di doppiaggio, che hanno spesso salvato le magre interpretazioni della versione originale.
Non si vede all’orizzonte nessuna soluzione a questo eterno dibattito, che coinvolge non solo il cinema, ma anche il rapporto degli italiani con le lingue straniere.
Aspettando tempi migliori, consigliamo le versioni sottotitolate 🙂

 

Fonte immagini: snagfilms.com

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