TRADUZIONE VS ADATTAMENTO: CHI VINCE?

Prima di affrontare una tematica così spinosa come la traduzione di materiale audiovisivo, o artistico in generale, una precisazione è doverosa: tradurre è difficile. Ma non quel difficile che, se vi concentrate per cinque minuti e ci pensate bene, poi ce la fate. No: tradurre è veramente complesso!

Nel corso degli anni  le hanno provate tutte: titoli e sceneggiature sono stati tradotti letteralmente, donando al pubblico capolavori tipo “Women in love” tradotto con “Donne in amore”; in altri casi invece interi film sono stati rimaneggiati completamente, cambiando dialoghi e modificandone sostanzialmente se non il senso, almeno l’intenzione.

Celebre caso è quello di Gioventù Bruciata (Rebel Without A Cause di Nicholas Ray, 1955), la cui traduzione tradisce un intento moralizzante già a partire dal titolo. Ma come funziona questo misterioso meccanismo? E come possono i traduttori prendersi libertà tali da influenzare scelte artistiche?

Per poter continuare il discorso  è necessario fare una precisazione linguistica essenziale: “traduzione” e “adattamento” non sono sinonimi.

Nel processo di traduzione di un film le variabili sono tantissime, ma una delle più grandi sfide è proporre lo stesso contenuto in una lingua diversa dall’originale, sopperendo con la traduzione alle differenze culturali  tra il paese in cui il film è stato prodotto e/o ambientato e quello in cui viene distribuito. Questo implica necessariamente un lavoro di mediazione culturale nella transizione da una lingua all’altra; un procedimento nel quale l’opera non è semplicemente tradotta, ma viene adattata per  essere   vicina alle attese e alle conoscenze del pubblico destinatario.

Infatti, se la traduzione letteraria è source oriented (“filologica”, attenta a restituire al fruitore un testo quanto più possibile vicino alla volontà dell’autore nella lingua originale), quella audiovisiva è target oriented (“etnocentrica”, che tenta di adattare i riferimenti culturali dell’originale sostituendoli altri più comprensibili nella cultura del fruitore).

Quest’ultimo approccio però comporta un effetto collaterale: la “bolla” creata dalla narrazione è destinata a scoppiare nel momento in cui lo spettatore diventa consapevole dell’adattamento culturale realizzato dai traduttori.

La decisione di doppiare in italiano i film stranieri e di farlo in modalità source oriented ha portato a molteplici conseguenze, sia a livello linguistico che semantico. Una delle più rilevanti  è senza dubbio la nascita di una lingua parallela all’italiano, denominata comunemente “doppiaggese”, che non è una lingua parlata, bensì scritta, ed è il frutto di una fedele (e un po’ pigra) aderenza di traduzione alla lingua di partenza, oltre che di un retaggio storico che condanna la dizione dialettale, ritenuta provinciale (l’intonazione del doppiaggese deve essere quanto più neutra possibile).

Il nostro caro Gioventù Bruciata ci mostra come questo appiattimento del registro linguistico vanifichi la particolarità di linguaggio del film, che nella versione originale gioca sulla differenza nel modo di esprimersi tra giovani e adulti. Frasi molto semplici e vicine al parlato come You were in trouble?  in italiano diventano un contorto “Hai commesso una mancanza?” e  persino la celebre battuta alla morte di John Hey, jerkpot… what’d you do that for?  viene tradotta incoerentemente con “Ehi, testone, perché non mi hai dato retta?”, trasformando il personaggio di James Dean in uno spaesato accademico della Crusca.  A queste distorsioni semantiche si aggiungono anche quelle sonore, considerando che le tracce audio dei doppiaggi, registrate in studi acusticamente isolati, suonano avulse dai rumori ambientali della pellicola originale, spesso registrati in presa diretta sul set.

Tutte queste riflessioni sull’adattamento delle versioni originali nelle lingue di destinazione, ovviamente, non coinvolgono solo il doppiaggio (che in qualche modo è anche maggiormente limitato a causa di tempi e movimenti del labiale), ma anche i sottotitoli, la cui realizzazione implica la stessa attenzione e gli stessi discorsi di coerenza culturale e lessicale.

Per concludere, una curiosità.

!!!SPOILER ALERT!!!
(ma se non l’avete ancora visto forse un po’ ve lo meritate)

Vi ricordate la puntata  6×05 di Game of Thrones, “The Door”, in cui capiamo perché Hodor si chiama così? Qui alcune delle soluzioni adottate in giro per il mondo per ovviare alle difficoltà di doppiaggio.

http://www.independent.co.uk/arts-entertainment/tv/news/how-game-of-thrones-got-around-the-hodor-hold-the-door-translation-issue-in-21-languages-a7182231.html#gallery

Sarete d’accordo con me: tradurre è veramente difficile!

Fonte immagine: sorrisi.com

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